Il Viaggiare del Perenne ma in Fondo Mai Immigrato

Gio, Mag 29, 2008

Pensieri Randomici

E’ più o meno da quando avevo 15 anni che lascio casa per tornarci dopo diversi mesi. Ed il più delle volte il lasso di tempo è incognito fino al giorno prima che decido di tornarci a casa. Quando ero alla Nunziatella a Napoli, al primo anno, quando mi potevo ancora permettere di radermi un volta ogni tre giorni senza che si notasse la peluria, ero abituato a tornare a casa per Natale, Pasqua e le vacanze estive. Khalas, direbbero in arabo, e basta.

A quei tempi non potevo neanche votare, avevo 16 anni, e quindi si sperava in qualche ponte. In quegli anni il 2 giugno non era neanche festivo, ahimè, una chanche in meno. Le speranze di vedere casa, tra sfortunate combinazioni di calendario, studi e sanzioni disciplinari varie, spesso si riducevano…drammaticamente. Lasciamo stare che poi, negli anni successivi, quando ero un pò più libero, più di una volta è capitato di preferire un week end (solo sabato e domenica) a Napoli ad uno passato a casa (considerando anche le 10 ore complessive da trascorrere in pullman). Ci capiamo. Avevamo 16/17 anni, eravamo lontani di casa, c’erano le ragazze, ci si divertiva ed avevamo anche i nostri appartamentini. Si viveva un pò da piccoli scugnizzi napoletani.

Negli successivi i ritmi non sono stati molto diversi. Natale, Pasqua, qualche 1° maggio, forse un 25 aprile, ogni tanto cadeva un governo o si doveva ri-eleggere il sindaco a Pescara. A casa sono sempre apparso e poi scomparso con una certa incostante ed imprevedibile intermittenza. E chi lo sapeva quando sarei tornato? Boh.

I primi anni arrivavo in pullman il sabato sera alle 1930 e ripartivo la domenica dopo pranzo, alle 1430. Che tristezza a pensarci ora. Il magone restava fino alla stessa nottata, trascorsa a parlare con gli altri amici e compagni di avventura, alla Nunziatella. Alle volte tornavo e poi ripartivo in treno. Succedeva d’inverno quando le strade tra Pescara e Napoli erano piene di neve. Il treno, forse, era ancora più triste. Tuttavia il peggio accadeva quando si era pullman. Cosa?! Quanto era triste l’osservare, soprattutto nelle fredde serate invernali, le luci accese nelle case con le persone che guardavano la tv e che si preparavano per cenare. La domenica sera, ed io sul pullman che mi riportava in collegio. Era una sensazione che ancora oggi mi provoca tristezza.

La musica per un pò di anni non è cambiata di molto, se non per la direzione dei miei rientri domenicali, post natalizi, post pasquali e via dicendo. Il magone era sempre quello. Cambiavano i posti dove andavo ma l’umore e le scene in stazione erano sempre pressappoco le stesse. Anche le corse in macchina dell’ultimo minuto di mio padre erano quasi sempre simili, colpa mia, ovviamente, dei miei ritardi e del mio voler far le cose sempre alla fine.

Negli anni in cui ero a Torino cambiò solo il mezzo di trasporto. Dopo qualche mese che ero li il treno si mutò in macchina. Quindi i saluti della domenica non avvenivano più in stazione bensì sotto casa. In questo quadro più caldo e confortevole, mancava certo il mio ritardo, ma non mancava la rituale tristezza dell’andar via di casa dopo una manciata di giorni e sempre senza la certezza di quando si sarebbe tornati: un mese, due o tre? Anche se poi alle volte non si resisteva e si organizzava un capatina veloce, quanto lunga (e pericolosa) il week end successivo.

A Torino avevo lezione fino alle 12 del sabato. Era una violenza inaudita per dei giovani di ventanni. Roba da segnalarla ad Amnesty International. I fattori che mi richiamavano potevano esseri diversi: la ragazza, un’amica, una festa con gli amici, qualcosa c’era. Torino-Pescara, 630 chilometri, partenza da Torino alle 1230 ed arrivo a Pescara per cena. Domenica pomeriggio (spesso sera e molto spesso tarda sera) si ripartiva: Pescara-Torino, 630 chilometri. Qualche volta ripartii a mezzanotte, giusto in tempo per arrivare al Bar Arsenal, fare colazione ed andare a lezione. Mah.

Cambiavano i luoghi, i tempi ed i mezzi ma il feeling malinconico della partenza e delle notte dopo la partenza erano sempre uguali. Non cambiavano mai. Mi capitava lo stesso fino a poco tempo fa quando rientravo a Livorno dopo qualche giorno passato a casa. In fondo non sarò mai un vero emigrato.

Quando si è all’estero però qualcosa cambia. La malinconia alla partenza c’è sempre ma è come se si diluisse nel tempo che ci vuole per raggiungere il posto dove sei, ora l’Irlanda nel mio caso. Adesso si lascia casa e poi c’è il tratto fino all’aeroporto, il check-in, il controllo bagagli, l’attesa, il duty-free, la rivista, controllo l’email, l’imbarco ecc ecc. Per non parlare di quando parto da Roma: si va in stazione, il pullman, e poi il taxi, forse la metro (?), un altro pullman, il check-in ecc ecc. La tristezza non ha tempo di emergere. Finito il tram-tram si arriva, a Dublino in questo caso, è si è stanchi, davvero.

Cosa cambia quindi? Cambia che negli ultimi tempi i rientri si fanno più duri e cambia che dopo 2 o 3 giorni si sia ancora li a cercare, difficoltosamente, di riprendere il ritmo interrotto qualche giorno prima. E’ un sentimento diverso da allora, ma che si manifesta per più a lungo. Sarà che sto “crescendo”. Non ho detto invecchiando. Ad maiora! Luca

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